RINNOVAMENTO TRADITO

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LA SCELTA DI D’AMICO DI PROPORSI IN CONTINUAZIONE CON D’ALFONSO – IL TRIONFALISMO DI MARSILIO PER IL VOTO ESPRESSIONE DELLA META’ DEL CORPO ELETTORALE E LE LISTE FORMATE PER AFFRONTARE UNA SCONFITTA

11 MARZO 2024 – La sconfitta del candidato presidente alla regione Luciano D’Amico può spiegarsi con la sua scelta di presentarsi con un volto nuovo per respingere, sostanzialmente, le attese di rinnovamento. La sua rivendicazione del ruolo di Luciano D’Alfonso (che del resto lo aveva collocato alla presidenza di “TUA”); il suo ritenersi quasi un’appendice del politico che meno ha pensato all’Abruzzo per pensare a se stesso; il riferirsi ad un partito allo sbando, come è il Pd oramai tarlato anche nelle strutture più importanti; tutto questo lo ha reso una mezza figura politica da quella figura di un certo prestigio sotto il profilo professionale, sebbene oggetto di osservazione dall’autorità anticorruzione di Cantone. La sua immagine politica, così contaminata dall’esperienza di D’Alfonso (che pare sia stato il regista infausto della campagna elettorale), non è, quindi, riuscita a stanare da casa quel 10% della metà dell’elettorato astenuto che oggi gli avrebbe consentito di stare al posto di Marsilio per festeggiare. Se gli abruzzesi dovevano votare per una riedizione di D’Alfonso, evidentemente hanno preferito votare per una riedizione di Marsilio che, per quanto estraneo all’Abruzzo, arrogante sotto molti profili e deficitario culturalmente, in sostanza mero emissario del suo partito in regione, si è tenuto un passo al di qua dello smodato culto della personalità di Luciano D’Alfonso.

A spiegare la cocente sconfitta del centro-sinistra sta anche il fatto che le liste di questa campagna elettorale sono state formate prima del ribaltone della Sardegna: quindi sono costellate di persone che si preparavano (qualcuna stoicamente) al disastro di un 70 a 30 a favore di Marsilio e si sarebbero consolate nel considerare un successo perdere con un 60 a 40. E infatti vi leggiamo nomi del tutto sconosciuti, presi più per riempire che per convincere. Non poteva bastare la vittoria di Todde in Sardegna; non poteva bastare esibire il volto del vero rinnovamento, nell’ultimo comizio della campagna abruzzese, per fare un miracolo e per imprimere il ruggito a belanti replicanti di quelle trite frasi fatte che hanno contrassegnato il rapporto tra il leader del PD nel passato quinquennio e i pigri esecutori di ordini e modelli. Compreso il candidato presidente che si è unito al gregge invece di ritagliarsi una immagine innovativa.

Sorprende, poi, in queste ore, il tono trionfalistico con il quale Marsilio festeggia: non fa un accenno al fatto che a votare è andata solo la metà degli iscritti al voto, che in democrazia rappresenta la prima sconfitta, per niente lenita dalla considerazione che in qualche altro Paese estero non si fa molto di meglio. Le elezioni si vanno trasformando in un gioco nel quale si riesce a coinvolgere un numero di partecipanti che, soprattutto in sede regionale e comunale, si lasciano coinvolgere per la spartizione di quote di potere e non più per una scelta programmatica.

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