SE IL FALCO E’ PIU’ FASCINOSO DELL’AQUILA

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LA GRANDE STORIA DI ETIENNE E LADYHAWKE TORNA A CALASCIO E LA TROVA RINATA

28 DICEMBRE 2025 – Se il falco Michelle vincesse le leggi del tempo, dopo aver ridicolizzato quelle di gravità dalle torri della Rocca, volerebbe ancora vivo e giovane sui venti chilometri di Campo Imperatore per dare un’occhiata, quaranta anni dopo, alle gioie e ai dolori di Calascio, alle speranze e alle asprezze della realtà. Vedrebbe un coraggioso romano dare altri figli al desertico borgo abbandonato dopo le ultime scosse degli anni Cinquanta e scelto per nuova vita nell’ultimo scorcio del secondo millennio, un attimo prima che tutto precipitasse: né più, né meno, della salvezza che il sole dà a Michelle, Ladyhawke, quando le fragili mani del “Topo” le sfuggono e il raggio di prima mattina le fa spuntare ali e artigli, becco e coda maestosa che la dirige verso la salvezza. Vedrebbe, quel fiero rapace sopravvissuto, che il borgo elegge a sindaco il romano che puntava a sconfiggere la morte civile e civilmente viene ripagato con il voto dei sopravvissuti al millennio del baratro. Non ci sarebbe più, dunque, da trasferire in celluloide “La donna falco”, ma la vita e le storie di un intero paese falco, più leale ed estroso dell’Aquila che lo tiranneggia dall’alto e lo considera come affluente di ogni sciocchezza passata per verità storica e tradotta in cospicui finanziamenti pubblici.

Quaranta anni sono passati dalle riprese che Rutger Hauer e Michelle Pfeiffer regalarono al borgo sull’orlo dell’estinzione; e a sottolineare questo anniversario sono venuti da Sulmona, con una scarpa ed una ciabatta, ma con dignità e sostanza, quelli del “Sulmonacinema”, per solito dediti a sottolineare improbabili connessioni inscindibili tra la cultura e la Sinistra (al punto da raffigurare Ovidio con il pugno chiuso, anticamera dell’usurpazione fatta con l’aglio dai geni di Fabbricacultura) e oggi, invece, chinati su una stupenda storia d’amore, sul significato della parola data (i rimbrotti di Etienne al “Topo”), sull’eclissi del tradimento (Imperius, che affoga nell’alcol una rivelazione indegna), sul legame tra autorità e responsabilità (che, quando si scioglie, disegna vescovi indecenti di Aguillon, schiavi dei sensi e scandali viventi): tutti concetti che sono di Destra e che, quindi, volano alti sulla destrucola affaristica di quaranta anni dopo Ladyhawke.

Persone e case di allora non si incontrano più a Calascio; ma non vuol dire che siano definitivamente scomparsi e men che meno che siano stati inutili. Hanno tenuto le mani per tutta la notte alla speranza, reggendola fino a quando non si dotasse di ali forti: Clara e Francoise (nella succulenta ristorazione), Salomone (nell’abbordaggio dei turisti per istruirli con citazioni classiche), Domenico (con la sua associazione e il museo di civiltà pastorale), Vittoria (con la sorprendente abbinata bar-distributore di benzina, purchè la gente salisse), sono stati la piccola società consapevole del miracolo che potrebbe ancora venire e, seppure non protèsi dai merli di una torre, hanno passato il testimone a Paolo e lo hanno fatto sindaco. Come dire che una fiaba porta l’altra.

Prossima proiezione il 3 gennaio: sennò, che cult sarebbe?

Nella foto del titolo la Rocca di Calascio vista da nord. In sequenza, nel testo: la sceneggiatura esposta in una teca della mostra al municipio; la domanda del “Topo” e la risposta di Ladyhawke; il lupo con l’ordine del vescovo di Aguillon; uno shopper per celebrare l’anniversario del film.

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