SI E’ SPENTO OTELLO PIZZUTI

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VIVACE IMPRENDITORE, LASCIA UN GRANDE ESEMPIO DI SERVIZIO CIVICO

2 SETTEMBRE 2015 – Si è spento ieri notte nell’ospedale di Orvieto l’imprenditore di origini anversane Otello Pizzuti; avrebbe compiuto 78 anni il prossimo 25 settembre. Continuatore della attività estrattiva del padre, Aquilino, Pizzuti costituì negli anni Settanta la “Estra.ba. srl” (Estrazioni basalto, pietra che, unita al bitume, costituisce l’asfalto) e poi la “Scai srl”, estendendo di molto il campo di azione delle imprese di famiglia, che ora sono affidate al figlio Gianluca nella cava di basalto di Castelviscardo (TR).

Le imprese di Pizzuti hanno contribuito in misura incisiva al rifacimento della asfaltatura dell’autostrada Roma-Firenze e della massicciata della ferrovia parallela. Presidente del Rotary Club di Sulmona nel 1986 e, poi, nel 2003, Otello Pizzuti si è molto prodigato nelle attività sociali, giungendo a realizzare, nella sua prima presidenza, l'”Handicamp”, ritrovo estivo a Caramanico per i portatori di handicap, che poi è stato proseguito da tutti i Rotary abruzzesi attraverso il “Campus” annuale. Otello Pizzuti lascia anche il figlio Tony e la primogenita Francesca. I funerali si svolgeranno domani, giovedì, nella chiesa parrocchiale di Anversa degli Abruzzi, alle ore 17.

Le soddisfazioni maggiori le aveva raccolte tutte ben lontano da Sulmona e dalla “sua” Anversa. Del paese dei suoi rimanevano i ricordi di una famiglia fortemente legata alla gente del posto e all’imperativo categorico delle montagne dell’Abruzzo dell’emigrazione: lavoro, lavoro e lavoro. I Pizzuti hanno preso la vita nell’aspetto più faticoso e qualcuno di loro, i cugini di Otello, hanno sfondato anche a Boston.

Ma, formatosi alla mentalità di quelli che a Roma o in America si sono inerpicati sui sentieri meno battuti, Otello non si riusciva a capacitare di come una città, quella Sulmona dove non era vissuto, ma che rappresentava la punta di diamante dell’Abruzzo all’inizio del secolo scorso, si fosse accartocciata sulle sue fisime, sui suoi luoghi comuni, sulle sue paure. Per lui il mondo era molto più semplice di quello che appariva ai sulmonesi: una cosa si progetta, si trovano le risorse, si fa. Non è facile, da queste premesse, giungere a spiegare la realtà del centro-Abruzzo degli anni Settanta: non è facile spiegarlo neppure a chi aveva ancora amici e parenti a dieci chilometri, nel paese della “Fiaccola sotto il moggio” di D’Annunzio, ovvero nel teatro ove si scontano antichi e paralizzanti peccati, dove l’inerzia è l’unica medicina per lenire il ricordo di una colpa non redimibile.

L’immobilismo di Sulmona è stata l’amara sorpresa di Otello come di tutti quelli della sua età che hanno conosciuto il paese e la città ove non loro, ma i loro padri hanno studiato e frequentato amici, bar, biblioteche e cinema. Otello Pizzuti, con energie delle quali non si trovava mai il fondo e talvolta forse anche la motivazione,  ha cercato di scrollare di dosso ad una intera città il “cupio dissolvi”, la voglia di affrontare il “lungo sonno” che Tomasi di Lampedusa percepiva in tutta la Sicilia. Guidando una associazione, come il Rotary che raccoglieva le forze imprenditoriali e professionali cittadine, Otello ha cercato di scaricare vitamine in un organismo divorato dalla depredazioni del capoluogo della provincia: non si sapeva dare risposta alla domanda di come una città potesse essere svuotata delle sue cose e delle sue intelligenze senza reagire. Lui reagì quando si trattò di proporre opposizione al tribunale contro la decisione assembleare della Banca Agricola e Industriale di Sulmona di fondersi nella Banca Popolare di Lanciano e praticamente scomparire: di migliaia di soci, lui fu uno dei tre o quattro che invocò il tribunale. Era convinto che quella miccia avrebbe acceso la borghesia di una città; cercava alleati per impedire che Sulmona perdesse la sua banca.

Ha creduto nella costituzione di una scuola di partito per la formazione di classi dirigenti giovani: per un partito che fosse legato al territorio, che non fosse solo l’ambito esecutivo di decisioni assunte altrove e per interessi di lobbies.

Ma per chi è abituato al metodo imprenditoriale di progettare, cercare risorse e fare, lo spettacolo di una città che si adagia nel lungo sonno e lascia fare persone legate ai propri interessi personalissimi era ed è uno spettacolo inspiegabile. E Otello, dall’alto delle sue risorse economiche e spirituali, ha tentato di contrastare il cammino della nuova classe dirigente sulmonese, che ha rinunciato ad ogni sua connotazione per assecondare quasi una eutanasia.

Aveva perso tutto il guadagno del padre che aveva costruito lo stabilimento della “Borsini” dichiarata fallita: svariate centinaia di milioni di lire nel 1978. “Se avessi incassato quello che spettava alla mia famiglia, oggi andavo con l’aereo personale” si lasciò sfuggire quando un periodo faceva la spola tra Sulmona e L’Aquila per capire se fossero rimasti almeno gli spiccioli. Ma era voce dal sen fuggita e un po’ enfatizzata dall’amarezza del momento: lui girava comunque in “Zeta Uno” della BMW e, soprattutto, non aveva mai eletto a metro di giudizio la valutazione del portafoglio delle persone, sia dei molti amici che dei pochi avversari. Delle persone che conosceva seguiva il filo della logica, se c’era: per questo non ha mai accettato, fino agli ultimi giorni della sua pirotecnica vita (che avrebbe voluto prolungare ancora un po’ per riprendere l’abitudine delle pause del dopo pranzo lungo il Corso o a Piazza XX Settembre) che “una città così bella e così ricca di occasioni si accartocci senza neanche combattere“.

Otello Pizzuti
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