E OVIDIO CHIESE A EOLO DI FAR CESSARE LO SCEMPIO

513

UNA FOLATA INTERROMPE LA CERIMONIA

12 GIUGNO 2022 – Ancora nella serie “Ovidio birichino”, l’inaugurazione della mostra “Love in the world” ha proposto i versi che il Sulmonese ha quasi ripudiato, sostenendo di averli scritti solo per accondiscendere alla moda: insomma per farsi notare nella Roma imperiale, mentre ha sempre rivendicato la sua vera ispirazione nelle “Metamorfosi” nelle quali ha trasfuso una conoscenza smisurata dei miti, appresa nei viaggi in Grecia.

Così, per fare da spot alla serie di immagini sugli amori di tutti i tipi, sono stati riproposti i versi nei quali il Vate dice di amare una, ma al tempo stesso l’altra; di apprezzare i difetti che ad altri appaiono da disprezzare; e di servirsi di queste valorizzazioni per conquistare il cuore di quelle che non sono consapevoli delle proprie risorse. Insomma, è quella parte di Ovidio che non si distanzia molto dal “catalogo” che Da Ponte scrisse per Mozart nel “Don Giovanni”. Altre sono le vette che Ovidio raggiunge nelle narrazioni dei personaggi infiniti delle “Mutate forme”. Innocenti studenti del liceo hanno prestato la voce per la lettura delle elegie sulla caccia della donna altrui: proprio quelle alle quali D’Annunzio dice di preferire le “Tristezze” e le “Lettere dal Ponto” e che di tanto in tanto vengono riproposte, con assoluta violenza sul lascito spirituale del Sulmonese, come accadde sette o otto anni fa al Rotary, in una serata nella quale il presidente aveva chiesto alla professoressa di scegliere frasi piccanti per destare l’attenzione del dopo cena. Quei bravi ragazzi del Liceo, che hanno avuto la fortuna di studiare Ovidio (al contrario di quanto succedeva per bigotta disposizione negli anni Sessanta-Settanta, ricordata proprio nel corso di questa cerimonia di ieri) ce l’hanno messa tutta e sono stati bravi, al punto che ci hanno agevolato mentre immaginavamo cosa avrebbero potuto rendere se avessero letto di Callisto, di Filemone e Bauci, di Piramo e Tisbe, di Deucalione e Pirra. Sarebbe stato un tripudio. Ovidio li avrebbe ringraziati, come ringrazia il generoso lettore che si intrattiene sugli esametri consegnati al mondo duemila anni fa e oggi letti dovunque; li avrebbe ringraziati con una lacrima di commozione sentendo che le loro voci salivano al cielo proprio dalla “Domus di Arianna” che egli stesso avrà visitato decine di volte quando era a Sulmona e quando vi sarà tornato per rendere filiale attenzione alla città che lo aveva visto nascere.

Invece, proprio Ovidio deve essere stato a generare, tramite Eolo, quella folata di vento (nella foto del titolo) che all’improvviso ha mandato all’aria i fogli che i fortunati lettori avevano quasi imparato a memoria. Quasi: perché, insomma, non sono proprio facili da scolpire in latino. Una folata di spirito, per far cessare quell’abbinamento tra il suo nome e un evento che del suo nome ha bisogno per farsi pubblicità. Più o meno come era avvenuto in piazza nel dicembre 2014, quando proprio il direttore artistico di questa mostra, Umberto D’Eramo, aveva ripreso la grande impresa dell’apposizione della corona d’aglio sulla testa del monumento del Ferrari: non già per una immagine-denuncia, per raccontare al mondo lo scempio della memoria, ma per consegnare quello spot al consorzio dell’aglio di Sulmona che ne avrebbe fatto il simbolo di un evento alla Badia morronese, cioè per quella che la direttrice del polo museale d’Abruzzo, Lucia Arbace, considerò una profanazione e, avendo saputo cosa era successo, annunciò che giammai la abbazia sarebbe stata concessa per carnevalate simili. Una dalle tante violenze delle quali narra la storia delle appropriazioni del Poeta.

A quel punto, il pur paziente Publio Ovidio Nasone, che ha sopportato la relegazione di circa dieci anni, implorando di tanto in tanto in ritorno o almeno l’avvicinamento a Roma, si è spazientito e si è ripreso i fogli con i suoi versi: con eleganza, come avrebbe fatto Eolo, al quale il Vate deve essersi rivolto come Minerva e Apollo e Giove e Giunone si rivolgevano agli elementi della natura, alle ninfe, agli uomini di buona volontà perché realizzassero i loro desideri. Chissà che quei fogli al vento non siano un suggerimento perché finalmente la scuola racconti ai giovani, anche a quelli nati a Sulmona, il fascinoso mondo delle “Mutate forme” e non assecondi le esigenze di “cassetta” con l’appropriazione del brand ovidiano…

Il manifesto con la fotografia di Umberto D’Eramo
Please follow and like us: