BRIGANTI CON STRATEGIE MILITARI: L’ECCIDIO DI VILLETTA BARREA

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30 OTTOBRE 2011 – Fu una intelligente manovra di vera e propria guerra quella che il brigante Nunzio Tamburrini (nella foto del titolo), nato a Roccaraso e pedina importante dei tentativi di ricollocare Francesco II sul trono, allestì a Villetta Barrea, presso Lagovivo. Uno dei più cruenti scontri tra Guardie nazionali e briganti, appena due anni dopo la proclamazione dello Stato unitario, viene raccontato con dovizia di particolari e con puntuali richiami alla storiografia nazionale, da Franco Cercone nel suo “Abruzzo terra di briganti”. Durante la notte fra il 21 e il 22 giugno  1863 il gruppo capeggiato da Tamburrini si avvìo alla “posta” di Lagovivo, dove frattanto si erano acquartierate le Guardie Nazionali Emidio Di Loreto, Matteo Di Loreto, Domenico Antonucci, Donato Antonucci, Marcello Guaiani e Loreto Di Vito. I briganti, tra i quali i più famosi erano Croce Di Tola, Ermenegildo Bucci, Aureliano Giancola e Nunzio Di Cristoforo, giunsero all’alba e furono presi a fucilate dalle “Guardie”: uno di loro, che procedeva davanti al gruppo, fu colpito mortalmente.

“A questo punto – prosegue Cercone nel suo prezioso racconto ricostruito con una paziente ed acuta lettura degli atti del processo tenuto all’Aquila – Tamburrini dà ordine al gruppo di dividersi in due: il primo doveva rispondere con un fuoco di copertura e proteggere così il secondo gruppo, che doveva da dietro scalare la roccia alla cui base si trovava la capanna dei pastori e scagliare dall’alto grosse pietre sul tetto della capanna, in modo da costringere militi e pastori rifugiati nell’interno a venire allo scoperto. E così fu. Infatti i briganti cominciarono a scagliare dall’alto grossi macigni che ben presto sfondarono il tetto della capanna, aprendo ampi varchi nell’interno e permettendo così di veder bene le persone che vi erano asserragliate. Fu una scena terribile e che ben figurerebbe in un film western, perchè il primo gruppo di briganti che aveva messo in atto il fuoco di copertura diede inizio ad un mortale tiro a segno in cui caddero vittime le Guardie Nazionali che tentavano la fuga.

La scena peggiore fu tuttavia la seguente. Infatti i cinque pastori di Barrea che erano rimasti illesi dentro la capanna, perchè si erano distesi opportunamente per terra, si rivolsero a “Tamburrine” invocando pietà. Al che il brigante roccolano gridò loro di gettare le armi e di uscire uno alla volta dalla semidistrutta capanna, ma non mantenne quella che ai pastori era sembrata una insperata promessa. Infatti i primi quattro pastori furono uccisi senza pietà e si salvò miracolosamente solo l’ultimo perchè probabilmente nelle intenzioni di Tamburrini egli doveva riferire ai proprietari d’armenti quello che aveva visto, in modo da incutere grande terrore ai destinatari dei suoi biglietti di ricatto”. (Nella foto in basso: l’Altopiano delle Cinque Miglia, luogo di origine e di battaglia di Tamburrini).

In effetti, il tentativo di reazione dei proprietari di greggi che si erano appostati ad aspettare il brigante era dovuta a due lettere di ricatto, attraverso le quali era stato intimato il pagamento di 16.900 lire a Donato Di Loreto e di 4.250 lire a Agostino Di Loreto. Era noto che se i briganti chiedevano questi pagamenti e i proprietari (“armentari”) si sottraevano, venivano di lì a poco uccisi tanti capi di bestiame da raggiungere il controvalore del ricatto. Tutto rimaneva tra estorsori e vittime. Ma nel caso specifico a prendere il “biglietto di ricatto”, fatto recapitare da Tamburrini tramite un pastore, fu la moglie di Emilio Di Loreto, data l’assenza di questi. La donna, prima ancora che tornasse il marito, andò alla compagnia di soldati di stanza a Villetta Barrea e da qui si mise in moto un meccanismo che non poteva rimanere circoscritto come di consueto. Tamburrini fu condannato a morte dalla Corte d’assise e di lì a poco ottenne la conversione della pena nei lavori forzati a vita: morì nel 1874, a quarantasei anni, nel carcere dell’Isola d’Elba.

L’Altopiano delle Cinque Miglia,