CAMBIANO LE TRADUZIONI MA LO SPIRITO DI OVIDIO PROROMPE SENZA VELI

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L’INDIANA JHUMPA LAHIRI DA PRINCETON SI AFFACCIA ALLA RILETTURA DELLE METAMORFOSI, AL CONCETTO DI BELLEZZA, ALLA RISPOSTA DEL SULMONESE ALLA VIOLENZA

29 AGOSTO 2022 – E’ indiana e dice di aver “trovato in Italia la lingua dell’anima” Jhumpa Lahiri (nella foto del titolo) che ieri al “Manifesto” ha rilasciato una intervista sulle Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone.

Nel poema, meravigliosamente caotico, incontriamo tutti i temi più attuali e scottanti, con un interesse particolare per l’appartenenza, l’identità e il genere. Ovidio si interroga su ogni tipo di confine e di classificazione che ci sia: uomo-donna, animale-essere umano, parola-immagine, terra-spazio, vita-morte. Parla anche molto di disastri naturali e degli effetti del cambiamento climatico. Da lettrice e traduttrice percepisco poca distanza fra quest’opera letteraria e la realtà di oggi. Più traduco questo testo e più mi sembra cruciale trasformarlo e presentarlo a una nuova generazione”. Così scolpisce quello che le ha donato la lettura dei miti di Ovidio e lo racconta a Barbara Graziosi che con lei ha partecipato a Princeton a un corso sui grandi classici. L’intervistatrice, in un colloquio che più degli altri a cavallo di una tappa formale come il Bimillenario della morte va alle radici della spiritualità di Ovidio, si chiede quale possa essere la connessione tra la bellezza dei protagonisti e le loro vicende e quale sia la percezione della bellezza prima, dopo la metamorfosi e anche durante la metamorfosi, in quei frangenti che si ripetono decine di volte nei miti di Ovidio.

La bellezza in Ovidio è, in primo piano, la bellezza della sua poesia, la bellezza della forma del testo stesso. Troviamo la parola forma nel primo verso (In nova fert animus mutatas dicere formas / corpora…) e poi compare dappertutto. Forma, come sai bene, è una parola estremamente ricca in latino. Vuol dire tante cose, fra cui aspetto, immagine, costituzione, bellezza, figura” risponde Jhumpa Lahiri, che sull’episodio di Dafne aggiunge: “Supplica il padre: ‘fer, pater’ inquit, ‘opem, si flumina numen habetis; / qua nimium placui, mutando perde figuram.’ (“Aiutami, padre”, dice. “Se voi fiumi avete un potere divino, sciogli, mutandola, questa mia forma, per cui troppo piacqui”, 1, 546-7). Io leggo figuram in questo passo come una versione di forma. In Ovidio le parole sono fluide, cangianti, spesso i termini scivolano l’uno dentro un altro. Ossia è la bellezza, cioè la figura (o forma) di Dafne che va mutata. Interessante che questi versi cruciali su Dafne richiamino l’incipit del poema, anche con lo stesso verbo mutare. Allora, cosa ci sta dicendo Ovidio? Credo che, per lui, ogni cosa al mondo vada cambiata e che cambierà. La bellezza fisica è per definizione qualcosa di caduco, effimero. La bellezza della poesia permane, ma va anch’essa trasformata (e tradotta) per nuovi lettori”.

Non può mancare la domanda su quali dei miti raccontati da Ovidio abbiano colpito di più chi si imbatte adesso nella nuova traduzione del millenario poema: “Ogni trasformazione in Ovidio mi commuove. Rispondo sempre allo smarrimento che accompagna il mutamento, lo stato sospeso e silenzioso, la mancanza di un solo punto di riferimento: tutto ciò spiega la mia condizione personale e creativa e la mia nuova attività di traduttrice. Secondo me il capolavoro di Ovidio è un omaggio continuo, forse inconscio, alla traduzione, all’idea di esistere fra due realtà, di scavalcare i confini, di guardare allo stesso tempo indietro e avanti. A parte Dafne, con cui mi identifico, amo particolarmente, nel terzo libro, la trasformazione di Eco in sola voce e, nel quinto libro, la trasformazione di Aretusa in acqua.”

In chiusura, Jhumpa Lahiri porge un appello: “Nel mio piccolo, ora che traduco me stessa dall’italiano all’inglese, non so più cosa significhi un testo originale. Agli studenti, in ogni caso, dico sempre le stesse cose: leggete, imparate nuove lingue, apprezzate e rispettate la forza della letteratura, amatela”.

Jhumpa Lahiri porge ai contemporanei una lettura dei testi antichi o antichissimi, per avvicinarli al senso che l’autore volle imprimere nei suoi versi. Ora è concentrata su una versione delle “Metamorfosi” che richiami le domande dei contemporanei sui temi della classicità e che possa offrire delle risposte. Poi la sensibilità dei lettori in tutto il mondo potrà cambiare e ci vorranno nuove traduzioni; bisognerà leggere in Ovidio quello che i traduttori del medioevo o del rinascimento non hanno valorizzato, per giungere alla affermazione rivoluzionaria del Sulmonese: che tutto si trasforma per essere reale, perché la realtà corre, diventa altro. Ma emerge in ogni traduzione lo spirito del Sulmonese nell’esplorazione del mondo femminile, quasi sempre dalla parte della donna, comunque con una grande attenzione per la psicologia femminile, con la consapevolezza che ogni piccola o grande violenza verso una donna non possa essere perdonata e deve far sentire turpe chi la compie. Concetti dai quali si potrebbe molto ricavare nei tempi e nelle traduzioni dei giorni nostri.