DA PIETRO III A DIPIERINO PASSANDO PER IL VASCHIONE

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IL FILO ROSSO CHE LEGA LA CITTA’ A RE E PRINCIPI – E AD UNA REGINA CHE DA BARCELLONA POTREBBE AVER ISPIRATO I VESPRI SULMONESI

26 OTTOBRE 2023 – Se avessimo un sindaco che, invece di oziare leggendo il Corriere della Sera pure negli annunci economici, sapesse valorizzare la miniera d’oro che sta nella storia della città, lo vedremmo portare un omaggio floreale sulla tomba di Costanza II Regina di Sicilia, nella Cattedrale di Barcellona (nella foto del titolo) , perché anche gli Aragona sono passati per Sulmona e Ferrante, re, dotò la città di quella meraviglia di fontana che abbiamo eletto a simbolo di questo giornale, cioè di quel monumento che costituisce un unicum con l’acquedotto costruito pietra su pietra all’epoca di Manfredi di Hohenstaufen, (figlio di Federico II , “Stupor mundi”) padre di Costanza II, appunto.

Potremmo raccontare alle frotte di turisti che a questa città pensarono gli Aragona dopo aver cacciato i D’Angiò dalla Sicilia con i Vespri siciliani (da qui la regina fu designata “onor di Cicilia e d’Aragona” come scrive Dante nel Purgatorio quando fa parlare Manfredi), prototipo delle rivolte popolari sul modello della presa di coscienza della dignità di una terra contro gli oppressori: un po’, ma con lo stesso parallelo che si può fare tra un elefante ed un topolino, quello che accadde a Sulmona nei suoi vespri, cioè nella “Rivolta borghese” del febbraio 1957 (nella foto un’anziana popolana, davanti al “Vaschione”, guarda con fierezza la Polizia schierata per reprimere lo “Jamm’ mo’”).

Pietro d’Aragona (nella foto più in alto lo stemma aragonese sulla Fontana del Vecchio, circondato da elementi floreali e angeli), marito di Costanza, si spese perché i Vespri giungessero a rete e mettessero in scacco gli angioini che avevano addirittura dissepolto il corpo di Manfredi a Benevento per disperderlo, tanto che Manfredi stesso racconta al Padre della lingua italiana che le sue ossa sono bagnate dalla pioggia e battute dal vento. Pietro III d’Aragona morì giovane, come tutti coloro che si dànno ad una causa senza risparmiarsi e mal sopportano le attese della Storia: lasciò Costanza II giovanissima vedova, ma ancora ricca di energie da portare con sé i molti figli, compreso quel Federico (morto poi giovanissimo) pronipote dell’imperatore che elevò Sulmona al rango di Curia imperiale, ma anche Giacomo,  Alfonso, Isabella, Violante, un altro Pietro, fino al compimento del disegno grandioso di spostare le lancette della Storia per sottrarle alla strategia del Papato in combutta con gli usurai toscani che fornirono soldi ed armi ai francesi. Poi diventò clarissa e abbandonò il mondo con le sue nefandezze attribuite al Fato.

Passarono secoli prima che Ferrante d’Aragona dominasse anche Sulmona e i simboli, come può considerarsi la Fontana del Vecchio, non nascono per caso: seguono sempre il fil rouge, che poi porta i Savoia a regnare sull’Italia intera entrando in armi nel Regno delle Due Sicilie senza neppure aver dichiarato guerra. Manfredi sposò Beatrice di Savoia, pronipote di Umberto III di Savoia, ma non antenata dell’ultimo dei Savoia, Umberto II Re d’Italia, figlio di quel Vittorio Emanuele III che non firmò lo stato d’assedio per fermare il fascismo,  promulgò le leggi razziali e fuggì in piena guerra (“Tagliare la corda” pubblicato un mese fa da Marco Patricelli per Solferino); quindi di certo tutto questo non dipese dalla… clarissa Costanza.

Se un libro Gianfranco Di Piero deve scrivere, come ha annunciato nel Consiglio comunale di luglio, non dovrebbe riguardare i pettegolezzi su chi lo ha voluto candidato e chi lo vuole scalzare da sindaco, ma dovrebbe contenere le tracce di una grande epopea che attraversa i secoli e vede primeggiare Sulmona con le sue due  principesse Giovanna (come annota Francesco Sardi de Letto nella monumentale “La città di Sulmona” in cinque volumi), un Principe Borghese medaglia d’oro al Valor militare per le imprese che, nel tramonto eroico di fascisti credenti, misero a soqquadro la flotta inglese ad Alessandria: Junio Valerio Borghese (nella foto in basso) riparò nel 1971 in… Aragona per l’accusa di aver organizzato il “golpe dei pensionati”, come lo definì Enrico Mattei su “Il Tempo” di Renato Angiolillo).

E sui doni lasciati alla Sulmona amata dagli Hohenstaufen, dalla Curia imperiale all’acquedotto, al “Vaschione”, si può intessere un racconto senza ansia di lieto fine, ma con adeguata aspirazione storica: una leggenda… reale, intorno ad una regina alla quale il padre vorrebbe solo che si dicesse “Il ver, s’altro si dice”; una leggenda… principesca ispirata ai tanti principi che a questa città legarono il loro nome e in parte il loro destino.

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