ALLESTIMENTO AL CASTELLO PICCOLOMINI PER UNA GRANDE OPERA DI LETTERATURA INGLESE
28 SETTEMBRE 2025 – Atmosfera dei grandi viaggi in Abruzzo oggi pomeriggio al castello di Celano, dove sarà protagonista una viaggiatrice, grande scrittrice come gli itinerari che ha raccontato. Dalle ore 17 aleggerà nell’antico maniero la protagonista Anne Mac Donnell con il suo “In the Abruzzi”. La visitatrice inglese scelse queste montagne per vincere i contraccolpi della intensa industrializzazione di Liverpool o di Manchester, con i suoi fumi e il suo smog che assediavano i polmoni e abbattevano lo spirito. I racconti della Mac Donnell sono allestiti sulla scena dal “Teatro Lanciavicchio”; lo scritto dell’avventurosa donna dell’inizio del XX secolo sarà accompagnato da musica e da contestualizzazione storica degli “Abruzzi” affascinanti oggi come allora per i turisti europei e americani.
E’ di Anne Mac Donnel la chiara distinzione tra calabresi e abruzzesi, almeno per quello che le era apparso quando aveva visitato l’Italia: ed aveva individuato nella natura dei calabresi la propensione all’insidia e al tradimento, mentre aveva riconosciuto lealtà agli abruzzesi. La scrittrice riporta una valutazione sui pastori abruzzesi, compiuta proprio da un grande generale, ucciso a Pizzo Calabro: “Murat trovava che i pastori abruzzesi fossero magnifici soldati di cavalleria, anche se ad essi non piace fare i soldati. Non è proprio un affare che li riguarda e vorrebbero sempre tornare alle loro pecore”.
Ma gli abruzzesi non stavano neppure, per propria scelta, dalla parte dei briganti: “Appena erano nelle mani dei briganti, questi giovani venivano di regola costretti a compiere qualche impresa seria e persino in prima linea: così, rovinatasi la reputazione, non potevano far altro che rimanere sulle montagne. Una bella scuola per la popolazione!”. In queste poche righe Anne Mac Donnel descrive l’arruolamento nelle file del brigantaggio in Abruzzo nella seconda metà dell’Ottocento. I “giovani ingenui” non potevano tornare indietro; diventavano dei ricercati e dovevano condividere lo stesso destino dei “capi-bastone”, cioè di coloro che organizzavano la vita sulle montagne sottraendola al consorzio civile.
La Mac Donnell era una viaggiatrice e non una storica. Quindi non si faceva carico delle ragioni per le quali imperversavano i “briganti” (o, se avessero vinto contro i Piemontesi, i “resistenti”) sulle montagne abruzzesi. E non è una storica quando erra su Federico II che avrebbe fondato L’Aquila. Ma le sue descrizioni “on the road” sono efficaci, almeno quanto gli acquerelli di Amy Atkinson che accompagnano i suoi racconti e che sono inclusi, per esempio, nella bella edizione “Negli Abruzzi” del 1991 a cura del sempre rimpianto “Centro Studi “Panfilo Serafini” di Sulmona”, con l’introduzione e le note di Franco Cercone e i tipi di “Qualevita” di Torre de’ Nolfi. Indimenticabile questa descrizione di contadino nella “deliziosa valle di Sulmona” (pag. 34, ripresa poi, con diversa aggettivazione, a pag. 264, segno che la viaggiatrice era rimasta ben impressionata dalla possanza e forse anche dalla bellezza del giovane contadino): “Sull’ampio e lungo sentiero d’erba (il trattoio) che va da Raiano a Sulmona ho visto un giovane contadino, imponente e fiero, con una piuma sul cappello, che montava un vecchio mulo in condizioni pietose e da lui spronato a tenere il passo di un fiero destriero. Mentre cavalcava egli cantava di cuore ad alta voce ed allegramente, ed il tema della canzone era il suo felice ritorno. Il ritornello diceva: “All’America maledetta non ritorneremo più””. Una ripresa dal vivo (alla maniera dei reportage con i registratori delle “Teche Rai” di molti anni dopo) che fa giustizia di tanta insulsa iconografia sulla lieta emigrazione portatrice di benessere e di elevazione sociale per gli Abruzzesi. Un reportage in direzione ostinata e contraria, che serve almeno a capire come e perché tanti abruzzesi – per esempio Pascal D’Angelo – morirono di stenti nelle periferie delle città americane.
Non è una “lady” dai modi affettati la Mac Donnell protagonista di oggi al castello di Celano. Racconta ex abrupto, senza tanti complimenti. Ma dai suoi appunti emerge una regione di grandissima civiltà, dove due donne da sole possono attraversare monti e campagne e nessuno si sogna di avere nei loro confronti un atteggiamento meno che rispettoso: “Noi passeggiavamo per le strade ed i sentieri di montagna completamente sicure e con fiducia, nel crepuscolo e nell’oscurità, ma non credo di averlo mai fatto senza che un contadino non ci ammonisse. A Scanno, ancora prima dell’imbrunire, prima che si vedesse brillare la prima luce nella città, sopra e sotto di noi, qualche vigorosa ragazza che tornava a casa portando sulla testa delle fascine, soleva dirci in tono perentorio: “Fa’ nott’. Andiam'”. Ed era solita aspettarci, sorpresa perchè non accoglievamo il suo invito. A Roccaraso, o di ritorno da Castel di Sangro, o sul selvaggio Piano di Leone, vicino a Roccacinquemiglia, i contadini che si affrettavano verso casa invitavano anche noi a tornare presto al focolare perchè si faceva notte.”

Molte sono le ritrosie degli abruzzesi a mostrarsi; altrettanti i rifiuti a raccontare sogni e speranze, di modo che la giornalista ante-litteram non è agevolata nel suo lavoro di esploratrice. Ma la natura di questi Abruzzesi è sontuosa nella sua dignità e non rivela nulla di nuovo rispetto agli auspici che si potevano trarre imboccando la Via Tiburtina per arrivare ai confini tra Lazio e Abruzzo, nel quale “Quando si attraversano i suoi confini irregolari, l’uomo ritrova se stesso appena ha superato la prima delle numerose difese naturali che l’Abruzzo oppone alla vita moderna. Se ti addentri appena un po’, dai pendii più alti delle tre piramidi del monte Velino scorgerai la meraviglia di questa Terra ed il terrore che nello stesso tempo essa suscita: catene di montagne che si susseguono ed una barriera dopo l’altra isolano valli da altre valli e rendono estranea, l’una all’altra, la gente degli altopiani e delle pianure”. Come, forse, ancora oggi. “Qui l’uomo non è stato mai conquistatore ma si è aggrappato soltanto al suo ambiente con ostinata e tenace pazienza”. Bisogna essere perspicaci per cogliere la natura degli Abruzzesi in un viaggio; e per indovinare. Al punto da far capire che gli inglesi non venivano qui per ripulire i polmoni dall’inquinamento delle prime industrie tessili, quanto perche qui “l’uomo ritrova se stesso”.
Nell’immagine del titolo: un acquerello di Amy Atkinson che accompagna l’edizione di “Negli Abruzzi” del 1991 a cura del “Centro Studi Panfilo Serafini”. E’ un documento raro, perchè riprende Roccaraso prima del bombardamento della seconda guerra mondiale, che la rase al suolo.






