3 MARZO 2012 – Ormai è insanabile il contrasto tra le due scuole di enologia: quella che tende a valorizzare il vino come prodotto dei più rigorosi protocolli tradizionali e quella che lascia molto spazio, anzi incoraggia le pratiche estemporanee e le… addizioni avventurose (nella foto del titolo: il conferimento di uve su un camion nella vendemmia del 1973 a Raiano; e una sana bevuta per rinfrancarsi dalla fatica). Purtroppo, nel breve periodo finisce sempre per prevalere la tendenza alla moda, all’aggiunta disinvolta di componenti che, come una volta si faceva con i fichi per aggiungere grado alcolico, con il vino non hanno niente a che vedere.
E invece “vendere vino è vendere un pezzo di territorio”, come ha osservato la dott.ssa Velia Di Bacco in una lezione tenuta ieri sera dalla Organizzazione Nazionale degli Assaggiatori di Vino al Rotary di Sulmona: “quindi vendere tutto quello che una regione, un pezzo di geografia, ma anche intere generazioni di coltivatori hanno saputo condensare e scegliere per proporre il meglio”. Almeno un punto di certezza si è raggiunto nell’enologia, come ha aggiunto la dott.ssa Di Bacco ricordando il suo percorso dalla prima laurea nel 1978 a quella ulteriore nel 2000: preferire la strada della fisica a quella della chimica.
Per il resto (e qua aggiungiamo del nostro) tutto è un grande calice nel quale si agitano le più effimere correnti di pensiero.
Prendiamo il metodo di trattare i vini al solo scopo di “farli transitare” in contenitori che non hanno il ruolo delle antiche, secolari botti di legno pregiato, ma hanno la funzione di integrarne il sapore quando il vino sostanzialmente è già “un altro” e dovrebbe solo riposare dopo i terribili stress della vendemmia e della spremitura. Le botti erano la culla (anche riprodotta nelle forme curve) per un liquido che segnava le vicende finanziarie di interi casati e di economie estese: basti vedere quel che è stato per Pratola Peligna, assurta al livello di principale centro di elevata produzione in tutto l’Abruzzo. Quindi va rispettato per quello che è, senza… sorpassi a destra, ovvero scorciatoie per il marketing o la pubblicità.
Ma è vero anche il contrario: e, cioè, che per vendere maggiori quantità di vino e salvare la stessa enologia, con tutta la tradizione che per secoli ha accumulato, occorre assecondare la tendenza alle novità, soprattutto in fatto di gusti. Quindi, queste sterzate del gusto e delle componenti del nettare di Bacco hanno il merito di rivitalizzare il mercato, le curiosità, l’intraprendenza. Dopo tutto, è vero che i Romani bevevano vini che a noi sembrerebbero inavvicinabili, tanto erano diluiti nei crateri dei pranzi normali. Si riservava solo alle grandi occasioni l’uso di vini pregiati. E in fatto di produzione del vino non si è mai raggiunto il livello obiettivamente insuperabile: tutto è, desolatamente o per fortuna, relativo. Finanche è in discussione quello che oggi viene considerato un pregio, come il poter contare sempre sulla stessa qualità, all’inizio del periodo di imbottigliamento come dopo alcuni anni; oppure nel posto di produzione o a mille chilometri, quando era risaputo che la vitalità e sensibilità del prodotto era tale che anche la differenza di qualche centinaio di metri di altitudine si riproduceva nel cambiamento del gusto, come in ogni cosa viva. E può invecchiare, infatti, solo chi è vivo; solo chi è vivo può ammalarsi e… diventare aceto o liquore imbevibile, mentre rimane sempre uguale un prodotto di laboratorio, quello che non ha punte estreme di qualità e non segue l’andamento sorprendente delle cose della vita e della vite.
Sui temi dell’ecologia peligna: “Battaglia legale sul Montepulciano: l’Abruzzo la spunta?” ; “Le riflessioni di un dottore in agraria“; “I caratteri del Montepulciano d’Abruzzo“; “IL SOMMELIER – Moscardi: “Ma il futuro è del Cerasuolo“; “Vino: per Plinio i peligni avevano un segreto“; “Galilei: “Dall’uva un nuovo sangue: il vino“, nella sezione “ENOLOGIA” di questo sito.






