EROISMI E CAPRICCI DI BRIGANTI MENTRE UN REGNO SI DISGREGAVA

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22 FEBBRAIO 2011 – Luigi Alfonsi, originario di Sora, fu “Chiavone”, brigante che sostenne a lungo le manovre di accerchiamento e gli attacchi dei Piemontesi. Si rifaceva all’immagine di Garibaldi, del quale ammirava il genio militare. Ebbe al suo fianco generali veri, venuti da vari Paesi d’Europa, che lo guardavano con diffidenza, ma che avevano assoluta necessità della sua forza fatta di volontari e, soprattutto, della agilità sua e dei suoi uomini a muoversi nelle boscaglie della dorsale appenninica.

Uno di questi militari “autentici” era un nobiluomo austriaco, Ludwig Richard Zimmermann, che rimase colpito dall’abbondanza e dalla raffinatezza della mensa di Chiavone: “la cucina era, – chi lo crederebbe – un vero cordon blu. C’erano i maccheroni, dei polli alla Marengo, – un agnello alle uve di Corinto, – un cosciotto di capriolo. – il vitello con delle piccole cipolle,- dei cavolfiori al parmigiano, – frutta splendida, – del vino degli Abruzzi dai riflessi color topazio, – del marsala, del vino da cucina, e, per coronare la totalità, del vino di Champagne Moet, con caffè e brandy  della Francia, cosa rara in Italia”.

Capriccioso e umorale, Luigi Alfonsi non poteva godere della fiducia di Francesco II, che delle “scorciatoie” per riconquistare ad ogni costo il trono non voleva assolutamente servirsi. E cercò di risolvere questa imbarazzante condizione pseudo-militare affidandosi a don Rafael Tristany “uno degli uomini più prestigiosi del vecchio esercito carlista spagnolo” come lo definisce Guerri nel suo “Il sangue del Sud”. E proprio Tristany annota nel suo diario questo ritratto di Chiavone: “E’ un pover uomo che vanta la sua fedeltà alla causa borbonica; ma è incapace di difenderla; anzi la scredita”. Una mossa sbagliata di Luigi Alfonsi, una intemperanza, come il pestaggio a sangue del maggiore Kalckreuth e l’alleanza con il più famoso bandito della Majella, Luca Pastore e la resa dei conti tra Chiavone e Tristany avviene vicino a Castel di Sangro nel maggio 1862. Il brigante si dà alla fuga, quando oramai è inseguito dai “regolari” e dallo stesso Zimmermann: “Quell’uomo in fuga – annota Guerri – era solo il frutto delle fantasticherie di una comunità intera, orfana di un eroe, dell’incarnazione di anni di speranze e di lotte. Borghi addormentati e masserie sono ridestati all’improvviso dalla fiamma di una storia, senza sapere di essere nella storia”.

Non molto meglio andò a Tristany, che fu poi arrestato dai soldati francesi  schierati in difesa dello Stato Pontificio. E quasi contemporaneamente, ancora in terra d’Abruzzo, ma a Sante Marie, al confine con il Lazio, veniva fucilato un altro grande generale, Josè Borges (o Borjes), che ebbe la ventura di collaborare (ma se ne tenne a debita distanza) con un altro brigante famoso: Carmine Crocco. Quello stesso generale che, catturato vicino Tagliacozzo il 7 dicembre 1861, lealmente riconobbe: “Bella truppa, i bersaglieri!”, ma aggiunse anche: “Andavo a dire al re Francesco II che non vi hanno che miserabili e scellerati per difenderlo, che Crocco è un sacripante e de Langlois un bruto”. Poi il contegno del guerriero lo portò a dire: “Muoriamo da forti!”, per intonare  una litania in spagnolo. Non finì, perchè una raffica gli spezzò le parole in gola. Fu fucilato alla schiena “come un bandito”, osserva Guerri. L’uccisione a Sante Marie, compiuta in quel modo, fece esplodere l’ira dei Paesi civili europei. Lo stesso Victor Hugo si sdegnò. Ma all’Europa aveva guardato, inutilmente, per denunciare l’insensibilità all’ingiusto attacco ai confini del Regno lo stesso Francesco II, come riportiamo nella sua ultima lettera agli italiani del Sud.

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